FAVOLE GROTTESCHE.LIBRO SECONDO.
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ANCHE GLI ALBERI POSSONO MORIRE MALAMENTE.
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L'albero è caduto stamane, perché c'era troppo vento.
Ma non bisogna scordare la sua vecchiezza e le poche
forze che gli restavano, nel suo immenso corpaccione.
L'albero si è piegato d'un tratto ed è caduto nel
frastuono e nel sibilare assordante del vento troppo
forte ed è per questo che non l'abbiamo inteso urlare il
suo spavento e il suo dolore.
Noi restavamo nascosti dietro le rocce, che son solide
e che niente smuove, vigliacchi ma saggiamente prudenti,
aspettando con sussiego la fine di questo orrore di vento.
La Rosina Lapizzuli è piombata li' di fianco a noi,
sbattuta contro il pietrame, tenedosi disperata alle radici
dei cespugli, per non essere portata via. E gridava, più
più dell'aria in corsa feroce, che "L'albero Terzisto
s'era rotto il muso per terra e ch'aveva TUTTE LE OSSA
ROTTE!" Pur se terrificati dal triste evento, noi
restammo al riparo, pensando sopratutto alla nostra
pelle, come è umanamente comprensibile. Ma avevamo pure
un pensiero amichevole per l'albero in pezzi, devastato
dalle furie concatenate degli elementi ventosi scatenati.
Dopo molte ore di sofferenza e di terrore di tutti noi,
poveri animaletti senza arte ne parte, il cielo irato
si calmo', man mano, e noi potemmo uscir fuori dai
rifugi per precipitarci verso il luogo dove si trovava
il Terzisto. Poverino, anzi: poverone, data la taglia...
Non era proprio bello da vedersi.
Aveva troppi rami rotti e le radici, nude come vermi,
che si agitavano nei sussulti premortuarii. Il tronco,
intero in apparenza, era tuttavia sbrindellato e pieno
di lesioni e pisciava sangue che la terra e l'erbe
bevevano senza gioia, come se prendessero l'olio di ricino.
L'albero piangeva dolcemente di dolore.
In pieno panico, che cosi' succede di fronte ai disastri
mortali e senza rimedio, noi non si sapeva cosa fare.
Si cerco' goffamente d'organizzare i soccorsi (pur
sospettandone l'inutilità), ma l'albero moriva, questo
si sentiva e noi ne avevamo il cuore in pezzi.
Le cicale ed ogni sorta di confratelli canterini
facevano intanto intorno un brusio d'inferno, su cui
spiccavano alti ed acuti stridenti di disperazione,
nel sole possente rivenuto in piena forza, nella
maestranza del suo imperio, per accompagnare come si deve
questa agonia.
"Lasciate che i morti seppelliscano i propri morti."
pertanto gracchiava gracidando grottescamente l'anziano
rospo Wilkieziv, solito bastian contrario, pieno di
fetida bile da fargli scoppiare -quasi- le lunghe orecchie
puntute da conigliaccio che aveva, seduto a fumarsi la pipa
sui bordi di stagno frastagliati di cannelle dove noi, di
solito e d'abitudine, s'andava ad orinare i nostri bisogni.
"Vecchio porco! Vecchio porco! gli cantelinava contro
scandalizzata la signora Arquetti, cigna degna e cosciente
dell'altezza del momento, che era tristissimo e serio.
Allora il Wilkieziv piccato sul vivo cambio' di tiritera,
sghignazzando ironico e sogghignazzando: "Lasciate che i
porci seppelliscano i propri porci!" E la signora Arquetti
si metteva allora in furia, sbatteva le ali e ficcava
le zampe nel fango, ma non poteva far altro che tirar
fuori grossi occhiacci, perché la cattiveria del rospo era
da tutti ben conosciuta, e sopportata, in mancanza di
meglio... "E tu stessa sei proprio una bella porca,
fetida fighetta stretta,và!" si gargarizzo' goduto questo
maiale di vecchio rospo inacidito. E non aggiunse altro.
Noi eravamo a disagio, non si sapeva che dire, una certa
malinconia e plumbea ci girava intorno.
Ma intanto, l'albero moriva e noi non potevamo farci
niente. Lo sfacelo era troppo perché pure il veterinario
Landolfi -ch'era di buon mestiere- potesse farci granché.
L'albero sollevo' nervosamente, ad un certo punto, un braccio
malridotto e strinse il pugno verso il cielo a maledire.
Questo gesto di rabbiosa disperazione esauri' di colpo
le sue restanti energie vitali ed egli crollo', dopo un
insieme di sussulti, come se fosse morto. Ma non era morto.
Mentre noi discutevamo dei funerali, pensando che un bel
rogo dei poveri resti nella notte di luna piena sarebbe
stato l'ideale e il più prossimo al dio suo che ne
attendeva l'anima, l'albero dischiuse un occhio, d'un
tratto, e ci osservo' con un'immensa tristezza.
Alcuni scapparono spaventati. Ma non era un fantasma
d'oltretomba né si trattava d'una ressurrezione.
E' che gli alberi hanno la vita dura e non muoiono
facilmente. Questo, certi fra noi, quelli di tanta
esperienza, lo sapevano già.
"Eh, gli alberi sono lunghi a morire e pure quando
scopano, non finisce più..." sussurrava il lumacone
Petardus con un ghignetto pieno di sottintesi, per chi
volesse sorriderne. Comunque sia, il Terzisto prese un
sorriso amaro mentre la sua pupilla sana vagava nel
vuoto, quasi ignorandoci, e il suo corpaccione si
svuotava delle ultime gocce di sangue. Il veterinario Landolfi
poso'un orecchio sulla corteccia, sulla parte sinistra del
petto, si levo' e scosse la testa: "Non sento più il cuore,
il cuore ha cessato di battere", disse ben triste.
Ma l'albero viveva ancora, coglievamo lo stanco movimento
delle sue ciglia e qualche fremito che attraversava il suo
fogliame e i rametti non scassati.
"Eh, son lunghi a morire..."insisteva Petardus, non si sa se
per compassione o per invidia o qualche altro vizio della
sua anima.
"Pianteremo un altro alberello al suo posto." disse alto e
forte il Landolfi, certo per farsi intendere dall'agonizzante,
come per rendergli un ultimo omaggio.
"Si', ma prima ci bisognerà dargli sepoltura e sarà un
lavoraccio col suo corpo immenso. E i funerali costano
caretti al giorno d'oggi..." disse sottovoce il lumacone
Petardus a quelli che gli stavano vicino. E noi seguivamo
il morto morire, tristi e perplessi.
Duro' tre giorni e due notti. Da quando fummo sicuri che
fosse finita, aspettammo tuttavia ancora sette giorni,
allorché già il cadavere puzzava forte, prima di bruciarlo
e di fargli il funerale.