MAX CAPA 12/14: TESTI

TESTI pubblicati in contorno del GIORNALE DI BORDO DEL CAPITANO NEL PORTO.

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Utente: armandoceretti

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10a le api sopra il fiore
10b le api sopra il fiore
10c le api sopra il fiore
10d le api sopra il fiore ¤¤
10e le api sopra il fiore
11settembre
1a le locuste sopra il verde
1b le locuste sopra il verde
1c le locuste sopra il verde
1favolesommario
2favole/intropers
2 le formiche intorno al nido
333avevasete-1
333avevasete-2
3 le vespe contro il marcio
4a i mosconi verso lorina
4b i mosconi verso lorina
4c i mosconi verso lorina
5 le dorifore sulla foglia
6 i tafani dentro lanima
7 le cicale sotto il sole
8 le pulci e la mente
9a le farfalle di fronte allango
9b le farfalle di fronte allango
9c le farfalle di fronte allang
alberi
alberi-mal
amdopocena
anticristo
audrey toutou
bamboladiguerra
basta con il limbo
bd
bel-romm
bel-romm3
beltocchi-bagdad
beltocchi-barcellona
beltocchi-chaos
beltocchi-cile
beltocchi-cows
beltocchi-dallaciesa
beltocchi-dope
beltocchi-giraffa
beltocchi-malte
beltocchi-papam
beltocchi-passannante
beltocchi-portosaid
beltocchi-pyramide
beltocchi-rommel
beltocchi-roueivre
beltocchi-toureiffel
beltocchi-tueur
beltocchi-turkmen
beltocchi/bayrou
beltocchi/paris-hilton
beltocchi/piétons
beltocchi/sarko
beltocchi/technoland
beltocchi1
beltocchi3forc
beltocchi3forcenés
beltocchi 10b
beltocchi 11b
beltocchi 12b
beltocchi 13b
beltocchi 14b
beltocchi 15b
beltocchi 16b
beltocchi 1b
beltocchi 2017
beltocchi 2b
beltocchi 3
beltocchi 3b
beltocchi 4b
beltocchi 5b
beltocchi 6b
beltocchi 7b
beltocchi 8b
beltocchi 9b
botte-da-orbi
br-8sett
br
calore
carnale1
carnale2
carnale3
carnale5
carnale8
carnale9
carnale 1
carnale 10
cerisier
coda-paglia
coda-paglia2
cong-carn-1
cong-carn-2
cong-carn-3
cong-carn-4
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essertronco
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favole 15
favole 16
favole 17
favole 18
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favole 20 nonna
favole 21 gallinaio
favole 22da biani
favole 23 cappuccetto
favole 24 fantasma1
favole 25/scorpio1
favole 4fringuelle
favole 7da biani
favole 8 stradino
fg2/la prima volta4
fg2/la prima volta6
fg2/la prima volta 1
fg2/la prima volta 2
fg2/la prima volta 3
fg2/la prima volta 5
gep-bim-monza
geppo&bimbo
giornata 1239
giornata 1956
giornata 1959
giornata 1962
giornata 738
grosso problemo
ilguado
insetto
intervallo
ipocriti
krop
labirinto
la peima volta 10
la prima volta 10
la prima volta 11
la prima volta 12
la prima volta 13
la prima volta 14
la prima volta 15
la prima volta 16
la prima volta 18
la prima volta 19
la prima volta 20
la prima volta 7
la prima volta 9
la settimana enigmistica
le mur de la honte
libro secondo/la prima volta6
lorco geraldo degli orchi
lourdes
luna-terra
mellonta tauta domani
mortadelle
multirobot 1
multirobot 10
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multirobot 59
multirobot 6
multirobot 60
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multirobot 8
multirobot 9
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papillon
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pazzesco1
pazzo 18
pescegiallo
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pozzo10
pozzo11
pozzo12
pozzo13
pozzo14
pozzo16
pozzo19
pozzo2
pozzo21
pozzo22
pozzo22bis
pozzo22ter
pozzo23
pozzo24
pozzo25
pozzo26
pozzo3
pozzo4
pozzo6
pozzo7
pozzo 15
pozzo 17
pozzo 18
pozzo 19
pozzo 20bis
pozzo 3
pozzo 5
pozzo 8
pozzo 9
prima volta 17
puzz&co
rabgeppo
rab geppo&bimbo
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rototonogoloroi
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rototonogoloroiv
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martedì, 27 febbraio 2007

ROTOTONOGOLORO.(V)

¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤
ROTOTONOGOLORO.(V)
TOPI IN TRAPPOLA IN UNA TRAPPOLA PER RANE.
***ORA.ALLORA.POI.DOPO.MAI.
***....................MAI.
NOTE:
(P.S.: spesso, talvolta (piuttosto) e non sempre spesso,
succede che LE NOTE siano importanti quasi o più del TESTO
cui si riferiscono. Dipende dalla dimensione ottica, SE si
guarda in prospettiva dal Regno di Groenlandia o dall'Impero
Inca di Patagonia. OGNUNO, a meno che non sia una testa di
biglia, puo' scegliere "en son âme et conscience", gettando
un dado a due facce (da baro da baretto di periferia), se manca
di cannocchiale binoculare a due canne svirgolate sotto-sopra.)
***
(1) Banalità, banalità, "quand tu nous tiens..."
Infatti, se un poco ci si scopa le meningi sorge il
piacere di scoprire che ROTOTONOGOLORO non è un neologismo.
"Là, on est bien avancés!", vous allez(me)
dire. MAIS NON. MAIS NON. TOUT EST BEAUCOUP PLUS simple
que ça. Perché, pertanto tutto è ben semplice: come per
gli "SPAVENTAPASSERI" (V. GUILDE des épouvantailleurs...), quando si
creava le nostre robacce a partire d'elementi sparsi di recupero,
cose buttate ridiventate utili per l'intelligenza qualitativa.
INFATTI...: prendete RETTANGOLARE che trovate in giro e dentro il
vostro cervellino pure e senza tanta fatica: gli togliete LE VOCALI,
cosa resta? "RESTANO le consonanti, sior mestri!", SI'.SI'.BRAVI.
Resta questo: R T T N G L R, n'est-ce PAS? Adesso, rubate una (UN?)
"O" da qualche parte e piazzatela là in mezzo: questa operazione
senza troppo spargimento di sangue ci da: R(O)T(O)T(O)N(O)G(O)L(O)R(O):
ROTOTONOGOLORO.
Come Volevasi Dimostrare, fanciulle&bambinotti miei...
¤¤¤
(2) Esempio esemplare è il caso (fortuito ma non scappevole) del LIBRO.
Tutti i ROTOTONOGOLORO sapevano, in testa, inta 'a capa, che era
esistito il libro, che erano esistiti i libri, che erano (stati) un po'
come i muri istoriati, pieni di belle informazioni. Pur se deformata
dal tempo sterminato e dalle dicerie e non poche calunnie, la nozione di libro
restava prossima della cosa  MA si frantumava -nella percezione-
con "l'idea di schermo". I libri sarebbero stati composti, eternità
avanti, da "schermi", da lastre "di vetro" disegnate, "pagine", dando
le immagini offerte allo sguardo come i muri. Il vetro sarebbe stato
un qualcosa di trasparente, COME l'aria, il vetro sarebbe stato una
specie d'aria solida su cui le storie venivano illustrate o dipinte
o disegnate o descritte con altri segni. Le storie, le fiabe belle ed
altre cose pure, le misteriose matematiche [perfino) del tipo: domani
ROTOTONOGOLORO Tal dei Tali mangiato TRE(OOO)topi con pelo e budella
di caca e UNO cuore e SETTE denti avariati-buoni-con tanta muffa:
dunque: O-più mano stilizzata-OOOOOOO-più martello stilizzato (per
frantumare i denti e renderli ingoiabili:O-OOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO... (per dare l'idea dei frantumi/aggiunti
tre puntini)--e sei coscie di rana OOOOOO con OO per occhioni di rana
che significano RANA ben in carne con grosse tette e--pensato UTOPIA:
TRE fettine di sedano e otto gocce di carota (spremuto di carote: cio'
che tutti i ROTOTONOGOLORO vegetariani sognavano di notte e pur di
giorno--e questo darebbe OOO(boccavoluttuosadidamalesbica)-mano
adunca e vogliosa stilizzatissima (un dito di vampito piegato a
ghermire)che significa più(+, nei nostri tempi morti),più le otto
gocce paradisiache: OOOOOOOO -e questa è solo la parte facile della cosa...].
Ritornando all'idea di LIBRO ch'era poco chiara e fortemente
contradditoria come visto già sopra: GLI intellettuali lungo numerose
generazioni s'erano spaccati il cervello cento volte almeno contro
QUESTA IMPOSSIBILITA'. Poiché non si puo' "scrivere" immagini e segni
nell'aria, non è DUNQUE  possibile farne delle lastra da riunire in un libro.
La nozione di "schermo" era per quei feroci
pensatori oltremodo più difficile che il concetto di "COSA IN SE'"
husserliana, forse 3.042.538 volte più DIFFICILE.
E di più, nella confusa memoria ancestrale, tutti i libri avrebbero
dovuto avere cento(100)pagine. Impossibile! Cento schermi d'aria
rigurgitanti d'informazioni e bellezza, "quelli che fecero libri
avevano sicuramente a loro disposizione segreti non umani, che ci
resteranno PER SEMPRE preclusi" concludevano quasi le più sublimi
menti ROTOTONOGOLORO. Per risolvere o pure per solo lontanamente
spiegare questo nodo d'assurdità impossibili, i misteriosi Eletti
del Consiglio del Popolo avevano infine istituito un premio
per gli intellettuali pensanti: 100 (CENTO!) cavolfiori!(*)
Un'UTOPIA culinaria e maravigliosa fuor del concepibile per dei
vegetariani cronici costretti da eternità a nutrirsi di topi e rane,
i quali questi venivano nutriti con i cadaveri dei comuni
pubblici poveri estinti, questi non potendo essere consumati
direttamente a causa dell'insormontabile tabù verso il
cannibalismo. MA NONOSTANTE QUESTO nessuno riusci' mai a mettere in
ordine l'enigma, per il solito battagliare calunnioso e complottesco
che caratterizza tutti gli intellettuali terrestri ("pur di
romperti i coglioni mi castro pure i miei!") e sia a causa dei limiti
impliciti nel pensiero, il quale non puo' pensare OLTRE sé stesso
E NEPPURE PRIMA di sé stesso.
(* "Bisognerebbe infondere l'entusiasmo nelle nostre poche e scarse
teste pensose affinché il FUTURO possa diventare ELETTRICO" avrebbe
detto il misterioso LEADER MAXIMO del Consiglio, il quale -uomo o
prete?- ingurgiterebbe a lui solo BEN TRE3,: OOO) cavolfiori ogni
giorno quotidiano che arriva, il che è probabilmente e propriamente
scandaloso in una persona che TUTTO ignora dell'elettricità pur
parlandone CONTINUAMENTE per darsi delle arie)
¤¤¤
(3)Del refrain del Grande Vecchio non restarono che dei
frammenti, della canzoncina non restavano che dei frammenti dei
frammenti di questo refrain. Eppure funzionava. "E pur si muove."
Di Saffo di Lesbos, mi si dice, non resta che qualche riga di
cui conservo inta 'a capa e vagamente questa: "...mi ha preso un
desiderio...di morire..., di vedere di Acheronte le rive..."
Il che non mi pare malaccio.
Da questo poco ho "capito tutto" di questa ragazza e delle sue
malinconiche inclinazioni, la vedo con un bicchierone di rosso
cretese in palma di mano, bacchica ma soave, severa ma
amarognola, epidermica d'erotismo fragile ma saldo, sui bordi
dell'isola in fiamme. Tranquilla e triste. Una donna. Una vera
donna. OXYMORON.
I frammenti fatali -che avrebbero potuto cambiare QUEL Mondo,
senza, "HELAS!", riuscirci- i cascami in frantumi penetrati
nel monolito ROTOTONOGOLORO sono questi:
(...) "...la strada nel boosco
è lunga è larga è strettaaa
là c'è 'na caseetta...casetta per faare l"amor (...)
...e mentre la bella dormi-ivà il cacciatore veglia-avà...
(bis repetita):
E MENTRE LA BELLA DORMIVA IL CACCIATORE VEGLIAVA...
(e)pregava gli uccelletti che non cantaasserooo'
perché la sua-i-beella pootesseee dormir...
...mentre la bella dormiva/il cacciatore vegliava
e pregava gli uccelletti che non cantassero
perché la sua'bella potesse dormir..."
TUTTO QUI.
E durante innumerevoli eternità, frazione culica dopo
frazione culicotemporale, i ROTOTONOGOLORO hanno quasi
devastato IL LORO MONDO per cercare le radici boschive
di questa dolcissima panzana. LA RAZZA UMANA, visto
questo, non ci lascia molte speranze: è morta da sempre.
MA è la sola che l'ignora. Poveri topi senza rane...
***PER ALTRO:
Nel giugno (luglio?) 1961, un pomeriggio mi trovavo "per
fatti miei" sul MOTARONE, poco sopra Gignese (Stresa,
Lago Maggiore, con villaggio "museo mondiale dell'ombrello" un
poco più in basso)e pensavo - per invincibili deliri
giovanilistici- di andare fino alla cima del "monte" "per
meglio poter guardare fino in-i-Svizzera", forse. Ma ho
incrociato lungo questa deriva ad un certo momento un
ruscello pieno di sassi e rocce e rarissimi pesci, (variazione:
vi cercai dei pesciolini che non ho talmente visto)un
torrentello piuttosto, e ne ho risalito il corso con
somma goduria e qualche semplicità (m'ero quasi snudato, come
un verme, portando le mie scarse robe sulla gobba). Poi ho
incominciato a stancarmi, soletto e bene con me stesso
e il resto del mondo mi son messo a canticchiare seduto su un
pietrone, guardando laggiù, là sotto, in fondo, oltre il fogliame
il traghetto che attraversava il lago nella bruma di calore
del pomeriggio, il traghetto con la sua coda biancastra,
con questa striscia di schiuma che pure i giorni ben messi
si lasciano dietro, da cui sfuggono senza sosta. Poi, mi son messo
a scivere quel che canticchiavo, con un pennarello, con una
minuzia illimitata, durante un tempo che non contavo.
Poi ho rinunciato alla scalata, son sceso al villaggio dove
c'era una ragazzina che mi solleticava l'anima. Abbiamo girato
insieme sulla giostra, io le "feci del calcio in culo", che è solo
lo spingere fuori traiettoria chi ti sta davanti con un
piede, e nient'altro. Ero troppo timido e introverso per
dirle di più.
*** Nel mese di luglio (agosto? giugno?) 1992 trovandomi di
nuovo, bizzarramente, in Italia passai ed ebbi qualche giorno
dal fumettaro G.O. che per stranezze sue s'era rifugiato in
un paesino incassato fra le rocce sopra Verbania (Lago Maggiore).
Ritornando poi verso Milano "ho perso" quasi una giornata per
un pallino mio: volevo ritrovare la pietra su cui avevo
scritto la canzoncina. Il tempo -lungo- mi fu preso non tanto
per montare fino a Gignese e ritrovare il torrentello, ma
per rendermi conto di quanto sia fallace la memoria. Dopo
varie ore di saltellare di roccia in pietra, di andare di su e
in giù ho trovato la scritta ma dove non pensavo che ci fosse.
Fatto incredibile, non solo c'era ancora ma restava poco
danneggiata, leggibile, protetta dal fianco inclinato
della roccia su cui l'avevo "incisa".
Ora, quel che mi chiedo è pure: come avrà fatto il Grande
Vecchio Triangolare dei ROTOTONOGOLORO per derubarmi una
parte della canzoncina nascosta lassù? Ma forse ci sono altre
spiegazioni, del resto nessuno sa mai tutto.
***
(4) Non ci sono che le eternità e le loro frazioni cha valgano
dentro il monolito, dove -del resto- notti e giorno non esistono
altrimenti che come reminiscenze senza senso, vaghe forme svuotate
d'anima ed eroticamente castrate. Ma siccome questo linguaggio
è indecifrabile e di poco buon gusto si è costretti a parlarne
secondo i nostri usi e costumi e robusti fasci d'idee.
***
(5) Gli Architetti Luminosi ROTOTONOGOLORO non hanno mai
progettato un'architettura costruttiva qualsiasi né pensato
di poter edificare qualcosa -IL MONOLITO E', e una volta per
sempre- e neppure son stati cosi' viziosi da ordire una trama
di complotto, d'ARCHITETTARE un "Colpo di Stato" contro
l'invincibile, invisibile, misterioso grumo elitario del
Consiglio del Popolo -in quanto non c'era STATO dentro o sopra
il monotono caos ROTOTONOGOLORO e questo dimostra la totale
mancanza di fantasia e di creatività di quegli architetti,
poiché è troppo facile architettare un COLPO di STATO quando lo
Stato c'è, la genialità e la qualità per un architetto
consiste nel saper architettare un Colpo di Stato contro uno
Stato che non c'è ma che è peggio di uno Stato che c'è-, -gli
architetti, in più, erano al servizio del Popolo, cioé del
Consiglio e dunque maratoneti senza maratona, scarpe senza
calli, troie gradite e non malviste ed anzi leccate con
belle dentature slinguascianti.
Gli Architetti Luminosi avevano l'onore d'essere stati
creati dal nulla e per nulla da un pensoso pensatore pensante:
eternità prima questo anonimo e mitico ROTOTONOGOLORO aveva
creato pure la loro CORPORAZIONE perché "L'essere umano
bisogna spingerlo (motivarlo) col bisogno dell'edificare, per
poter vincere la tentazione perenne dell'orizzontalità che
lo seduce, etc.". Il Consiglio del Popolo "estasiato" lo
aveva premiato con tre cavolfiori, otto pomodori e un ceppo
d'insalata fresca-sottaceto-in-acquavite-di-pelame-di-topo,
per la sua sublime trovata.
***
(6) Una corrente di pensatori deambulanti era quasi convinta
che l'interno della costruzione fosse infinito -ma in questo
di sicuro esageravano, prendendo lucciole per lanterne e/o
viceversa, come succede a quelli che prendono le proprie
calamitose impotenze e impossibilità e le intronizzano
in quanto intangibili concetti d'ordine generale.Etc.
postato da: armandoceretti alle ore 10:24 | link | commenti
categorie: rototonogolorov

ROTOTONOGOLORO.(IV)

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ROTOTONOGOLORO.(IV)
TOPI IN TRAPPOLA IN UNA TRAPPOLA PER RANE.
***ORA.ALLORA.POI.DOPO.MAI.
***OOO.OOOOOO.OOO.DOPO.OOO.

Alcuni arrivarono a pensare l'evidenza, che non è cosa cosi' facile
come sembra sembrare, e "inventarono l'acqua calda" -e iniziarono
dunque a stendere tra folli difficoltà un piano disegnato, una
mappa da geometra campestre, di tutti gli innumerevoli saloni
abitati, passando di portone in portone, di scalinata in
scalinata, in mezzo a masse umane impazienti e ironiche, tristi
pure, snervate dall'eterna attesa, talvolta violente.
Ma non erano talmente capaci alla bisogna i nostri baldi
microgeografi, ch'era -l'impresa- ben vasta e speciale, ché
pur essendo piccolo il Mondo ROTOTONOGOLORO era assai esteso
e quasi sterminato -e ne usci' un guazzabuglio incomprensibile
da cui non riuscivano a trarre né certezza ne indicazioni
sul dove si trovassero i muri ultimi, IL MURO verso l'ESTERNO.
La maschera nera senza volto che celava IL BOSCO (6).
Le mura esterne restavano un enigma d'un enigma -che pare una
bella frase ma che è gelida come la morte-, poiché, se il
primo enigma non ha bel volto e sorridente s'ignorerà,
dunque, per sempre il vasto ridacchiare del secondo (per
non contare che questo, spesso, ne maschera un terzo...).
Il Grande Vecchio era morto da un bel pezzo, pure se tutti,
quasi, i ROTOTONOGOLORO  continuavano ardentemente a
canticchiare, -palle in aria e culo stretto, ano chiaro
e zampa smorta-, la famosa canzoncina piena di belle
robe e lancinanti(3). Il suo posto era stato preso da
un nipote d'un suo nipote, il Piccolo Vecchio, piuttosto
maldestro e privo di carisma ("vuoi mettere! il carisma
c'è o non c'è!"). Un poco svitato, per giunta, pieno di
frasi vuote e promesse sospette (ed esigeva d'essere
fatto RE del BOSCO, se mai ci si fosse giunti). Era forse
un provocatore, pagato niente da non si sa chi per
invogliare le genti alla sovversione e mettere un poco
d'ordine nel caos meticolosissimo dominante, nel caos
normale putrescente di trasparenza, nelle ore sempre
sfasate della nebbiosa noia cosi' lucida e invisibile.
Infine, alla fine, il Consiglio del Popolo intenerito da
tanta inutile perseveranza forni' d'un tratto il Vero
Piano (segreto) del monolito. Alcuni, meno o più
intelligenti degli altri, sottilmente oppositori per
fatti loro, pensavano che questa offerta fosse una bieca
trappola, in quanto il Gran Consiglio faceva da sempre
sapere in giro che "Non c'è mondo fuori del mondo
ROTOTONOGOLORO! GUAI agli eretici e malpensosi!"
Quale che sia la falsità sotto "la verità dei fatti",
dopo un lungo immane periodo per decifrarlo , il Piano
serrando i denti per non mostrar la gola, si riusci'
genialmente a scoprire una parete che dava sull'esterno
e tutti i Cercatori si misero insieme, Rossi, Neri e
Bianchi, su un solo settore della costruzione e
perfino i dubbiosi e gli stanchi corsero a dare una
mano, sopratutto portando topi ben cotti per quei "poveri
operai". ROTOTONOGOLORO brulicava d'utopia e tutti vi si
agitavano, saltando come rane ubriache di vino.
MA per un lunghissimo tempo una serie di delusioni
frustranti si verifico', abbattuta una galleria in uno
spesso muro subito dopo ce n'era un altro, e poi
un altro ancora, da forare senza stanchezza. L'enorme
muraglia esterna pareva essere composta da una quantità
indeterminata di muri, come una lasagna bolognese come
si fa dai finnici, con strati all'infinito.
I più intelligenti fra gli abitanti ROTOTONOGOLORO si
misero a riflettere martellandosi il cervello ed
arrivarono senza sforzi eccessivi ad una conclusione
sconfortante, che -probabilmente- i muri della muraglia
esterna andavano all'infinito e CHE -anche se cosi' non
fosse- dovevano essere in tale innumerevole quantità CHE
troppe generazioni sarebbero state necessarie per
pervenire al BOSCO, il quale -probabilmente- non era
altro che una pia illusione del Grande Vecchio.
E che tutti avevano meglio da fare che rompersi la
schiena e l'anima in questo vuoto delirio: mangiar
topi con sugo di rana, fornicare per tutti i buchi,
guardare i muri, sognare un cielo stellato senza stelle,
guardare le belle storie marcate sui muri, fra l'altro.
E man mano e talvolta con risvolti più repentini,
gli abitanti smisero di rompere i muri e si rassegnarono,
vagando smorti e contenti nel triste interno ch'era
tutto il loro bel mondo.
DA FUORI, gli uccelli neri, che disponevano di lunghe
orecchie e d'un udito ultrasensibile, avevano inteso
vagamente il brusio dei colpi di piccone nelle ascose
profondità del monolitoe vi giravano intorno sempre
più vicini, nell'attesa di un qualche fatto poco
noioso. Spaventati nell'anima e timorosi della novità
che si annunciava, essi speravano nondimeno che il
monolito stesse per aprirsi per confermare la vecchia
leggenda che suggeriva da milioni di eternità che da
esso sarebbe uscita a fiotti la manna benefatrice.
E questo duro' molto ma molto tempo.
Finchè un giorno non udirono più niente.
¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤
ROTOTONOGOLORO.(V)
TOPI IN TRAPPOLA IN UNA TRAPPOLA PER RANE.
***ORA.ALLORA.POI.DOPO.MAI.
***OOO.OOOOOO.OOO.OOOO.MAI.
NOTE.

postato da: armandoceretti alle ore 09:51 | link | commenti (1)
categorie: rototonogoloroiv
mercoledì, 21 febbraio 2007

ROTOTONOGOLORO.(III)

¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤¤
ROTOTONOGOLORO.(III)
TOPI IN TRAPPOLA IN UNA TRAPPOLA PER RANE.
***ORA.ALLORA.POI.DOPO.MAI.
***OOO.OOOOOO.POI.OOOO.OOO.
Il Consiglio del Popolo per ragioni squisitamente demagogiche
aveva perfino bandito un concorso, con gran rullar di tamburi,
per chi riuscisse a disegnare il più bell'uccello. E ci si
puo' immaginare dunque il catafascio di orrori splendidi di
fantasia ma sconclusionati prodotti dal fervore creativo di
tali artisti. MA era il bosco, IL BOSCO che suscitava e
titillava tutte le voglie, le curiosità e i sogni ad occhio
aperto degli abitanti. Tutti i ROTOTONOGOLORO volevano
ardentemente notizie del bosco grazie a tutta questa
pubblicità e alle chiacchiere infinite. Nel bosco, oltre la
vasta bellezza coordinata tra forma e contenuto, tra essenza
verde e cristallizzazione del fogliame spensieratamente
geometrico, c'erano sicuramente anche alberi da frutta e di
bacche, ortaggi, legumi, melanzane, pomodori e radicchi
rossi trevigiani, banane rosate, spiridelli e cantuschie,
voline e stradole leccose, mutande di cavolo e stirituelle
sottaceto, burlins di strade o perfino foglie VERDI di
insalata marzolina, tenere ed equilibratamente amarognole
ma fervide di gusto e piaceri otorinolaringoiatri.
Poiché tutti erano vegetariani e leguminofagi dentro il
monolito ROTOTONOGOLORO, ma senza poterselo permettere.
Sogno impossibile. Da eternità, generazione dopo generazione,
i ROTOTONOGOLORO dovevano accontentarsi di carni e pelo di
topi e coscie e culi di rane in mille ricette varianti
secondo i gusti e la creatività famigliare, nelle loro
strane cene interminabili al lume di candela. Le verdure
erano scarse e quasi rare ed introvabili, e di questi
preziosi nutrimenti ne mangiavano solo gli Eletti del
fantasmatico e misterioso Consiglio del Popolo di
nascosto e con con notizie che filtravano tuttavia per
farli montare in importanza. E ne assaggiavano le fresche
fanciulle in fiore, somma delizia, poco avanti d'essere
prese "dalla morte" virginea, le quali, sole, avevano
diritto di rosicchiare qualche fettina di cetriolo o
sedano, o magari una mela intera se erano troppo belle,
da mischiare al grande piacere dato e subito. Come in un
incubo pieno di fiori vivi, rosati, filiformi e ignei.
Si trattava di trovare il BOSCO.
Dei pensatori professionisti del pensare, che non erano
tanti ma mal scelti, dopo aver pensato a lungo conclusero
e giunsero alle grandi conclusioni:"Se IL BOSCO non è
qui è di sicuro altrove. DUNQUE: all'esterno. Fuori dal
"Nostro Mondo"." Poiché , anche se nessuno ne sapeva
niente, i pensatori pensavano che UN ESTERNO ci fosse,
"altrimenti, non sarebbe logico."
Dei gruppi di volonterosi (e un poco facinorosi) assai
presto si formarono per incominciar a sfondare le spesse
mura praticandovi dei rozzi tunnel per aprirle, sperando
ardentemente che s'aprissero queste verso il bosco.
Li chiamavano i Cercatori di Bosco, belli e saldi, in
camiciotta nera o in camicione rosso secondo la banda,
erano creature del caos e della rassegnazione ma
tutti eroi e disposti al martirio (se bisogno ci fosse)
e molti restavano per ore, giorni, mesi ed anni(4) a
guardarli picconare, speranzosi, e magari li aiutavano,
talvolta. Il problema, semmai,-grosso problema- consisteva
nel cercare e centrare il vero muro che dava sull'ESTERNO,
perché durante troppe "giornate" i sublimi Cercatori
riuscivano a forare solo muri che separavano gli interni,
un salone dall'altro, un atrio dall'altro, un piazzone
dall'altro, una prigione dall'altra -e quando gridando
per gioia e speranza frantumavano l'ultimo sottile
diaframma pietroso della galleria si trovavano davanti
-sorpresi e delusi- invece del bosco agognato un altro
salone con folle perplesse, poco in voglia di scherzi
e prestissimo inferocite dal danno inutile. Per non
parlar dei rimproveri:"Voi correte il rischio di far
crollare il "Nostro Mondo" con tutti questi buchi murali,
inutili, che indeboliscono le pareti che lo sostengono!"
L'Unione degli Architetti Luminosi(5) e dei Muratori
senza scarpe s'insorse ad un certo momento analizzando
che la struttura portante era di più in più fragilizzata
e questi costruttori correvano dietro i distruttori utopisti
per riempire i fori e ristabilire I MURI. (Trovandosi ben
presto di fronte ad un problema insolubile: la preziosa
QUALITA' primitiva introvabile): infatti le mura eran
state innalzate da veri artisti della professione, dove
una pietra squadrata aderiva PERFETTAMENTE alle altre,
l'interstizio tra "muso" e "culo" di pietra non superava
MAI 1 o 2 milionesimi di millimetro: l'OLTRE della
perfezione. I rifacimenti erano dunque mediocri, e quasi
inutili, fragili parvenze. Sorsero perfino masnade
disorganizzate ma forti di vigilantes anti-BOSCO.
Duro' cosi' per moltissimo tempo, fra complicazioni e
frustrazioni, disastri e qualche scannamento sanguinoso.
Ma la lotta continuava, perché solo il lottare è umano,
il dormire invece no.
Varie generazioni di sfondatori di muri inutili
persistevano tristi ma testardi a trovarsi SEMPRE
all'INTERNO, derubati del BOSCO agognato, ma insistevano
perché era il miglior vizio possibile. E poi, dove metti
il gusto del dovere compiuto, questa passione della
ricerca insoddisfatta che rende uomo un masochista?
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ROTOTONOGOLORO.(IV)
TOPI IN TRAPPOLA IN UNA TRAPPOLA PER RANE.
***ORA.ALLORA.POI.DOPO.MAI.
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postato da: armandoceretti alle ore 09:29 | link | commenti (1)
categorie: rototonogoloroiii
sabato, 17 febbraio 2007

ROTOTONOGOLORO.(II)

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ROTOTONOGOLORO.(II)
TOPI IN TRAPPOLA IN UNA TRAPPOLA PER RANE.
***ORA.ALLORA.POI.DOPO.MAI.
***OOO.ALLORA.OOO.OOOO.OOO.
E andava di luogo in luogo, dentro lo spazio immobiliare, il
Grande Vecchio. E tanti prestavano attenzione alle sue perorazioni,
lo ascoltavano con gioia ed entusiasmo perché l'erotismo passionante
dei comizi non era estraneo ad una qualche veracità di senso, e per
meglio vederlo e sentirlo certi montavano sulle spalle degli altri
o si arrampicavano su grosse corde che pendevano dai soffitti
senza che se ne conoscesse la ragione, ma che parevano utili in
simili frangenti. Parlava con calma e vasta ma equilibrata
gestualità il Grande Vecchio, parlava del domani che non
esisteva, dell'ieri che non lasciava traccia, del presente totalmente privo di significati, ma egli aveva sinceramente NOSTALGIA
del FUTURO e il sapore di questa orribile assenza lasciava un
un gusto di sale nela gola in fiamme dei presenti. Il Grande Vecchio voleva portare i lampi di qualche cambiamento
in questo groppo smorto delle ore sempre uguali, nel groviglio apatico
della monotona disperazione, dileggiava i muri menzogneri: "Son
grosse palle ignoranti! Tutto questo è falso fin dal principio!"
EGLI AVEVA NOSTALGIA DEL FUTURO.
E pure non mancava d'angoli acuti.
Di voglie purissime avvolte nei lembi della sua anima.
"I TRIANGOLARI chi sono? DOVE sono?
COME sono? QUANTI sono?
Costituiscono magari un pericolo per la quiete pubblica?
Vaste son LE QUESTIONI..."
sciorinava a forte voce il Grande Vecchio. E pure,
per non essere trasfigurato in una figura mitica e incontrollabile,
che sfuggisse alla sua propria essenza e qualità, il Grande Vecchio
si calava nella Storia quotidiana, consigliando di sciacquarsi i
coglioni tre volte al giorno ed anche ben più spesso -e la zona
clitoridea due, e di turarsi l'ano con tappo di sughero rosaceo per
non importunare l'ALTRO con dei BASSI SENTORI poco convenienti in un mondo DAVVERO pulito e propriamente lindo, e chiaro come un'anima perversa.
E pure raccontava tante storielle esemplari.
Egli ammantava le verità necessarie ma scomode d'una breve narrazione
vestiaria che tutti captavano e capivano facilmente, e (purtroppo)
solo talvolta o con rarità insigne cogliendone e quasi per caso i
nessi e gl'intimi significati che lui vi celava con arguzia e
buona fraterna volontà. Le sue storielline dalla maschera
allegorica erano ben intenzionate, in apparenza semplici per far
si' che -comprendendole- tutti fossero ammigliorati in corpo ed
anima e si andasse verso un mondo sopportabile e un domani senza
intralci cagneschi. I pubblici scrivani e gli intellettuali pensosi
e di talento comunicativo incidevano sui muri le belle e brevi
storie affinché tutti potessero imparare a leggerle e potessero
leggerle e rileggerle tranquillamente durante la notturna
passeggiata. Ed aveva pure una canzoncina(3) nella sua gonfia
saccoccia il Grande Vecchio, un refrain dolciastro e
ripetitivo(3) che faceva cantare a tutti i presenti con
insistenza, finché entrasse loro "nel cuore".
Tutti, man mano, l'avevano imparata a memoria la canzoncina(3)
e la cantavano pure da soli, mentre si lavavno i denti con
la pietra pomice e orina di rana.
MA quel canto-canzoncina(3)
parlava d'un bosco (fra altre cose misteriose e inaudite) e
tutti i ROTOTONOGOLORO s'interrogavano e parlavano a non finire
di questo BOSCO. I muri dei vastissimi locali, degli immensi
cameroni erano certo istoriati anche di "alberi", disegnati o
dipinti o scritti con segni o immaginati (pur se oltremodo
lontani come immagine e verosimiglianza da quel che è un albero
"vero", il quale non è una fandonia pure se molti visi ha)
MA questi non facevano mai un bosco. "Un BOSCO è una costruzione
non rettangolare -ma neppure triangolare, del resto- composta
sopratutto d'innumerevoli alberi di tante razze, piccoli e
grandi, con solo qualche animale -tipo topi e rane, i soli
animali che noi conosciamo, MA "ci sarebbero stati" milioni
d'altri animali e forse ANCORA, da qualche parte NASCOSTI-,
qualche animale e rari cacciatori, MA MOLTI UCCELLI!" questo
aveva chiaramente e con pazienza imposto alle loro menti
come definizione il Grande Vecchio.
Ora, nessuno sapeva veramente che e come fosse UN UCCELLO.
Ben presto alcuni, pieni di talento e genio, espressero
sui muri le loro stravaganti fantasie poiché "una chiacchiera
resta una chiacchiera e vacua MA un disegno sul muro é
ben concreto: una chiacchiera visibile."
Siccome tutti i ROTOTONOGOLORO ignoravano
(e PURE il Grande Vecchio...)che gli uccelli hanno
delle ali e un becco, le raffigurazioni erano
conseguentemente mostruose ed assurde.
Ma essi non se ne rendevano minimamente conto. Non sapendo
cosa fosse volare, concetto totalmente estraneo alle loro
menti, non pensavano alla possibilità delle piume e certuni
piazzarono qualche pelo da topo sul loro "uccello" affinché
non fosse nudo e crudo "come le rane".
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ROTOTONOGOLORO.(III)
TOPI IN TRAPPOLA IN UNA TRAPPOLA PER RANE.
***ORA.ALLORA.POI.DOPO.MAI.
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postato da: armandoceretti alle ore 17:46 | link | commenti (1)
categorie: rototonogoloroii
venerdì, 09 febbraio 2007

ROTOTONOGOLORO.(I)

ROTOTONOGOLORO.(I)
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TOPI IN TRAPPOLA IN UNA TRAPPOLA PER RANE.
***ORA.ALLORA.POI.DOPO.MAI.
***ORA.....................
"...Attendere, attendere all'infinito dei giorni. POI, quando
arriva QUEL che aspetti: delusione."
(DANZE DI STORPI NEL PANTANO, 1979/2009)
Moltitudine d'esseri pensanti, o quasi, i ROTOTONOGOLORO(1)
vivevano dentro una costruzione immensa, in altezza, ma
nessuno probabilmente vi sapeva fra di essi CHI l'avesse
edificata, in origine. Soli, forse i Quadrati e i Cubici dell'élite, questa schiuma misteriosa e invedibile del Consiglio del Popolo, altrettanto invisibile quanto possente, conoscevano loro la verità mascherata, poiché pare che essi disponessero della
chiave degli enigmi, oltre al fatto mitico d'essere gli unici
a poter mangiar ortaggi, frutta e legumi nell'enorme, sconfinato
e vastisssimo edificio. (Nessuno l'aveva mai girato tutto...).
Cosa strana, questo non era una piramide.
Fatto bizzarro, esso mancava di un qualsiasi aspetto triangolare.
Tutto vi era improntato sul quadrilatero. UNO SCEMPIO, sopratutto se colto da fuori. Sull'esterno, con sguardo estraneo e autonomo,
vista da fuori, questa edificazione mostrava le sue semplici e
nitide forme forti da parallelepipedo: un monolito privo di
fantasie ed inutili elissi, "una baracca" poco barocca, senza
nessuna apertura, una bara verticale, un monolito d'un candore
insopportabile ma squallido -piantato su un deserto- spada di
una maledizione- ed alto quasi oltre il cielo - cielo
indefinibile, ma piuttosto basso in quei paraggi.
Numerosissimi uccelli neri, disorganizzati, in stormi sbrecciati,
dagli occhi folli, dalle vaste pupille drogate -i quali volavano
e malissimo intorno allo spaventoso coso, MA a prudente
distanza...- erano gli unici che potessero guardarlo (POICHE'
le altre bestie s'erano divorate fra loro, per arguzie e
minuzie pseudoideologiche, 7 milioni di eternità prima).
Gli uccellastri, ch'erano i soli sopravvissuti e moltiplicatisi
grazie all'abbondanza senza sprechi di cadaveri sparsi sulla
terra intera, i beccuti lo scrutavano IL COSO, certo, ma un poco
spaventati e nidificavano, per questo, cauti, nelle non lontane
montagne. E venivano li'intorno e persistevano a girellare in
quei pressi nell'illusoria attesa che un giorno o l'altro del
nutrimento favoloso, dei resti o immondizie, magari dei semi
o delle bacche ne sarebbero schizzati fuori, forse dall'alto,
come una manna misteriosa e vera, da cuccagna e baldoria,
un "pioggia d'oro" in pieno sole.
Non si sapeva come fosse sorta o saltata loro in testa questa
strana convinzione, un mito originario probabilmente, dall'alba
dei tempi, creato forse nei suoi deliri da un vecchio condor
ubriacone -del quale s'era persa perfino la memoria- e solo per
darsi importanza in un momento d'esistenziale sconforto. Ma essi persistevano a crederci e di più in più, veri muli cocciuti e
perpetuavano l'attesa da tante generazioni. Con perversa pervicacia.
Con monotona reiterazione. Testuti testoni testardi.
Se i pazzoidi volatili ignoravano del tutto cosa ci fosse dentro la costruzione cosi' inutilmente perfetta , tanto assurdamente
inspiegabile, quelli che l'abitavano non conoscevano niente
dell'esterno e in genere pure se un esterno ci fosse: perché essa
non aveva né porte né finestre o altro di simile, era davvero
chiusa e il mondo consisteva solo in quel che vi restava contenuto. IL COSO, IL ROBO era in sé e per sé. Per questo questo tutti i muri, illustrati e istoriati a profusione, mostravano
ingenue fiabe e leggende d'ogni sorta e telefilms fumettati ad uso
comune come i cessi sporchi e grotteschi e alla turca che puzzavano
i luoghi più infetti. I quali narrato-grafici  raccontavano
senza nessun nesso illogico prensibile LE MARAVIGLIE dell'ESTERNO.
Un MARCOPOLLASTRISMO tardo viniziano con menzogne veritiere e
false monete da MILIONE per sgarzuole di sottoborgata dentro IL
COSO e addentro IL ROBO. ROBE DA MATTI: COSE SCOPERCHIANTI. MUTI,
i silenzi guardavano ridendo pure di sé stessi...IL COLMO!!!!!!
LE MERAVIGLIE DELL'ESTERNO, le MILLE e UNA notte. CHIACCHIERE...
ISPIRANDOSI a brandelli della memoria ancestrale che lo scorrere
implacabile del tempo nella sua fogna lacustre aveva frantumato
in un caos insensato. Ramificato dalle innumerevoli lacune, dalla
mostruosa forza della deformazione!(2) (non vi diro' di più...).
L'intenzione DELL'ESTERNO.
D'un "esterno" di cui non era rimasto altro, lo sappiamo già,
che un deserto sterminato che mal fraquentavano piumati di poco
cervello "da sempre" in preda alla più solare disperazione,e
in una specie di noia funesta ma totalmente incallita cosi'
da esssersi  trasformata in vacua indiffereneza. Volatili
per forma ma angeli caduti.
Gli uccelli erano soli con il sole nel deserto.
Con il bel nero dai riflessi dorati delle loro piume unte.
Poi venne un uomo.
Portava una lunga barba bianca con qualche striatura di grigio
per renderla interessante. Egli girava per gli stanzoni senza
limiti visibili seguito da apostoli e dalle loro donne, da
apostolesse e dai loro uomini (maschi), e questo lo ornava
d'una dignità e d'importanza senza pari.
ROTOTONOGOLORO.(II)
TOPI IN TRAPPOLA IN UNA TRAPPOLA PER RANE.
***ORA.ALLORA.POI.DOPO.MAI.
***....ALLORA..............
(segue...)
postato da: armandoceretti alle ore 17:37 | link | commenti (1)
categorie: rototonogoloroi

POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA
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(10E) *** Le api sopra il fiore ***

«Se l'esia sussedut stanotch a Giussana Vecia, Miedi?» chiese ad un certo
punto il Pitaccolo bonariamente. Dire «miedi» (medico) era come dire
Dottore, talvolta il termine onorifico si slargava in un «Sior Miedi».
Allora la notizia s'era già ben sparsa...,
il Bruni sorrise compiaciuto e per
due ragioni, intanto perchè quel che era successo la notte a Giussana
Vecchia abbondava d'aspetti divertenti, e aveva pure colto uno sguardo
d'insistenza dell'Esmeralda verso il marito, prima che questi ponesse la
domanda. Egli si divertiva nel pensare che la sua breve cronaca avrebbe
nutrito le lunghe ciarle comaresche.
«Fate attenzione ai pallini mangiando il pesce!» ripetè scherzosamente prima di accingersi a raccontare,
e abbastanza inutilmente perchè il pasto già declinava. Commediante!
Verso le 23 avevano suonato in basso.
La famigliola si trovava ancora fuori,
sul terrazzino, a godersi il fresco notturno;
essi ascoltavano della musica
da camera che dal saloncino si spandeva con dolcezza, mentre si
chiacchierava mollemente. Il dottore s¹era sporto dal parapetto per parlare
con le due persone, sotto, venute a cercarlo.
Un¹urgenza. Una vecchia gravemente ferita, nella parte vecchia del paese.
Termino' il bicchiere di
vino che teneva in mano, prese la valigetta ed anche «Martino» e il «Gigio»
vollero andar con lui.
La vecchia era stesa per terra e si lamentava.
«A mi a copat, a mi a copat. Bisugna ch¹al paj, adès!» ripeteva.
Non era stata accoppata, parlava ancora
bene ed anche troppo. Aveva preso in fronte una zuppiera di vetro, i
frantumi erano sparsi intorno, il suo volto pieno di sangue.
Un centinaio di
persone si trovava là in giro, nella penombra, a commentare l¹avvenimento.
Il medico si stupiva che ci fosse tutta quella gente. E molti avevano
pentole ed altri recipienti casalinghi in mano. Egli non capiva. Chiese.
Cos'era successo...
S¹era maritato il «veciu Pinsin» che, cinquantaseienne, non era proprio
vecchio, ma la sua sposa aveva quasi la metà dei suoi anni. S'era sposato,
l¹uomo solitario e «ricco», di venerdi' per sorprendere tutti, con una di
Trieste. E solo in municipio, per discrezione.
Alla cena di nozze erano appena in quattro, gli sposi e i due testimoni.
L'usanza voleva che in questi casi «scandalosi» i vicini e i compaesani
facessero un baccano d'inferno -un «farsorada»- con «tecis», «bandons» e
«crassulis» per quasi tutta la prima notte. Ecco come si spiegava la
presenza di tutte quelle casseruole, d'ogni sorta di secchi e taniche di
latta e alcuni avevano la rumorosa «crassula»,
un marchingegno di legno con
manovella e ingranaggio dentato che faceva schioccare una lamella in un
«cra-cra» ben sonoro, secco e incessante. Una raganella.
Verso una certa ora il «veciu Pinsin» era uscito davanti casa,
portando una paio di fiaschi di vino sotto l'ascella e una ventina di bicchieri e bevve e
scherzo' con gli uomini, mentre intorno imperversavano i lazzi,
le risate e il chiasso degli utensili.
Ma, un¹ora dopo, il suo umore cambio' di colpo.
Dal buio, attraverso la porta spalancata aveva scagliato fuori, gridando
infuriato, tutte le stoviglie rimaste sulla tavola della cena. Perchè la
«farsorada» durava.
La donna s'era beccata in pieno proprio la più grossa, ma il Dott. Bruni
s'accorse presto che le ferite erano men gravi di quanto il sangue facesse
pensare. L'aveva rimessa in piedi e riaccompagnata dentro una cucina, al
chiaro, l¹insalatiera doveva essere fragile, l'escoriazione dell'impatto non richiedeva neppure dei punti di sutura,
parecchi taglietti da vetro erano disseminati sulle guance.
Medico' il tutto dopo averle lavato il viso.
«A mi a copat! Ghi mangi tucius i bes! Ghi mangi ancia il liet c'al a sot
tal cul!» piagnucolava la vecchia che pensava più ai soldi da mangiare al
feritore che alla propria disgrazia e sicuramente faceva una gran scenata
per sottolineare meglio il suo buon diritto. Il dottore ridacchiava dentro
di sè  «Ca tasi, siore, ca no iè nuje. Si calmi, che non è grave.» insisteva paziente mentre la incerottava.
Per cautela, oltre qualche medicamento, le prescrisse di andar a passare una radiografia. Due carabinieri svogliati arrivarono mentre loro se ne
rientravano, dovere compiuto.
«Martino» aveva ascoltato, rivedendo divertita l¹episodio paesano, e si
guardava tuttavia intorno, scoprendosi per momenti inquieta. Lanciava
sguardi senza scopo alle cose circostanti, già infossate nelle tenebre.
Pensava che si trattasse di un residuo storico dei suoi cicli mensili, che
non avvenivano più, che qualche mese li risentiva ancora, psicologicamente.
Se si lasciava andare un momento, un disagio le saliva da dentro e allora
beveva, e beveva poco d'abitudine.
Ma adesso il vino le metteva in testa un languore
di cui sentiva il bisogno.
Poso' gli occhi per caso sul pesce che restava, solitario,
sulla griglia. Quasi  lo vedesse per la prima volta.
«Toh! Come mai c¹erano sei arrosti se siamo in cinque?» chiese di
colpo al marito là di fronte.
Disse il Bruni, dopo un attimo di stupore: «Pensavo che, magari, la
ragazzina sarebbe piombata qui, inattesa... non sarebbe la prima volta...»
«Ohff! Lascia stare Andrilla, che sta bene dove si trova!»
ribatte' sgarbata «Martino».
E afferro il bicchierone per bere.
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(qui non segue più, qui finisce qui.)

 

postato da: armandoceretti alle ore 17:31 | link | commenti
categorie: 10e le api sopra il fiore

POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA

POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA
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(10D) *** Le api sopra il fiore *** ¤¤¤
«Ah, le lucciole...» mormoro' beato, e compi' un gesto
vago ma ampio e
significativo con la sua forchetta già svuotata: «Le lucciole...
in estate... in campagna! Chi dirà meglio?»
Il fattore osservo' gli insetti fluorescenti un momento, interrompendo
l¹attività alimentare, e tossicchio' come usava fare
prima di dir una di
quelle cose che volevano significare «a questi signori»
che pure lui era
sensibile e afferrava il lato intelligente dei fatti.
Che non era certo come
sua moglie, bravissima donna, sia, ma che dei fatti
non coglieva se non
l¹aspetto immediato, utile, grezzo e piuttosto banale.
Egli leggeva, con abbondanza, di tutto.
«Ho ricevuto ieri «Caccia & Pesca» di questo mese. C'era appunto un articolo curioso sulle lucciole...»
«Sulle lucciole? In «Caccia & Pesca»?» interrogo' il dottore.
«Per la pesca o per la caccia?» chiese Giulio ironico.
«Van scomparendo!» mollo' tranquillo il castaldo.
Ma s'aspettava un effetto di ritorno.
Con il suo sorriso bovino e magari triste si guardava
intorno mite, per
percepire il suo minuscolo premio.
Tutti restarono silenziosi un momento.
«Ancora un misfatto dei pescioni e dei pesciolini?»
chiese fievolmente
«Martino» con finta ingenuità, ed anche un pochettino sardonica. Perchè si
sentiva strana? Non capiva...Si sentiva strana. Perché?
Il «Pitacu» respiro' a fondo, con i due gomiti posati sul tavolo,
assembrando cogitabondo le idee in proposito, per qualche istante. Soppesava pure l¹effetto della sua sortita.
«Si tratta dell'articolo di un ricercatore inglese, parla d'inquinamento... la ricostruzione, la moltiplicazione
delle industrie e delle automobili. Dice... si'... dice che fra trent'anni, nel 1986... non ci sarà più una sola
lucciola in Europa! Ecco...» La sera, intanto,
cresceva d'un grado.
«Impossibile!» strillo' il Bruni, quantunque
istantaneamente preoccupato:
«Se c'è un insetto solido, ecco: questo insetto i
nfrangibile è proprio la lucciola!!!»
«E¹'cosi' che scrive questo inglese: scompariranno. Mai più lucciole di sera. Mi spiace...»
Il Pitaccolo era ben contento di aver posto una questione che trasecolava
«questi signori», ma non lo dava a vedere,
si rimise a mangiare con la sua
meticolosa lentezza. La sorte degli insetti non
o sconvolgeva troppo.
«Mi porti questo articolo, che voglio leggerlo.
Voglio proprio vedere. Ma
no! Vi immaginate? Le lucciole!» e le guardava, il dottore, e intanto gli
parevano pure aumentate di numero. «Che mondo...» penso': «Alcuni ci
riempiono il cielo senza esser invitati. Altri, forse, se ne vanno per
sempre mandati via a calci sconvenevolmente.
Come si puo' concepire tutto cio'?»
Intanto, nella sera che diveniva spessa, con tempi lenti ma ineluttabili,
dei grilli solitari prendevano la testa di tutti gli altri brusii che fanno la bellezza d¹un principio di notte estiva.
E le rane fra la «cianiela» di Valle Grande.
I pesci erano scomparsi, celatisi nell'oscurità, in attesa dell'aurora.
(segue...)
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(10E) *** Le api sopra il fiore ***

«Se l'esia sussedut stanotch a Giussana Vecia, Miedi?» chiese ad un certo
punto il Pitaccolo bonariamente. Dire «miedi» (medico) era come dire
Dottore, talvolta il termine onorifico si slargava in un «Sior Miedi».
Allora la notizia s¹era già ben sparsa...,
il Bruni sorrise compiaciuto e per
due ragioni, intanto perchè quel che era successo la notte a Giussana
Vecchia abbondava d'aspetti divertenti, e aveva pure colto uno sguardo
d'insistenza dell'Esmeralda verso il marito, prima che questi ponesse la
domanda. Egli si divertiva nel pensare che la sua breve cronaca avrebbe
nutrito le lunghe ciarle comaresche.

 

postato da: armandoceretti alle ore 17:24 | link | commenti
categorie: 10d le api sopra il fiore ¤¤
martedì, 06 febbraio 2007

POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA

POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA
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(10C) *** Le api sopra il fiore ***
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Disse Giulio a bocca piena: «Un pesce stilizzato, a volte tracciato sulla
sabbia, era il simbolo con cui si riconoscevano fra loro i primissimi
cristiani... facile da disegnare. La croce è venuta dopo.»
Disse il castaldo Pitaccolo: «Eh, ben... nell'ostia... con il sangue e la
carne metaforici dell'Agnello di Dio... avrebbero dovuto aggiungerci anche
del pesce!» Ai suoi tempi era stato socialista e anticlericale. Non lo
scordava. Parlo' dopo aver inghiottito una fetta d'ossocollo.
«E, perchè no? pure del formaggio, frutta e digestivo? Una bella grappa!»
disse l'Esmeralda. Divertita e un po' imbranata, contenta poi d'aver osato
aprire il becco.
Giulio non aveva finito: «Oannes, un dio caldeo, era un pesce che usciva
tre ore al giorno dal Mar Rosso per insegnare alle genti... le scienze e le
arti... altro, dei mestieri forse... I cristiani erano allora dei ladroni
tremendi... hanno derubato tutte le religioni che gli capitavano a tiro,
scelto il meglio ne hanno fatta una sintesi. Un bel prodotto vendibile...»
disserto'. Una banda di pesci fosforescenti passava tra il fogliame vicino
alla stalla, ne ammirarono il chiarore magico, silenziosi, forse con l'animo
intriso dalla straordinaria visione. Un'epifania trasfigurata.
Di milioni di Oannes, forse, erano pieni in quei giorni i cieli
dell'Europa... Il dottore e tutti lasciarono cadere l'argomento.
Mariagrazia mangiava e guardava, anche in giro. Verso gli alberi, il
tramonto, l'ombra fresca che aumentava. Lancio' un'occhiata materna al «suo»
croccante  raffreddantesi. Non capiva da dove le giungesse una sottile
inquietudine... Un intimo, lancinante malessere.
Il Dr. Bruni prese una sorsata di pinot grigio, ammiro' tutte le bottiglie
ammucchiate in centro, si sentiva bene, da dio. Ingolo' il buon vino con
autentico piacere dietro il sapore del minestrone appena terminato,
degustando, schioccando le labbra. Si alzo' e infilzo' un pesce con il
forchettone e se lo depose davanti su un vassoio ovale di peltro. Resto'
ancora in piedi, cogitabondo. Respiro' l¹aria rumorosamente. E d'un tratto
venne preso da uno dei suoi momenti d'estasi satirica, di quando era proprio
contento, quando si deliziava nel parodiare e parodiarsi. Innalzo' la rozza
coppa di coccio, intono' con voce ben baritonale:
«Vivere, vivere senza malinconia...
vivere, questa è la gioia mia...
e proprio QUESTO e niente io voglio di più!»
Al che tutti risero, ci fu un breve e sentito applauso. Era una vecchia
canzonaccia degli anni trenta, ma -nel dopoguerra- la cantava ancora Gino
Latilla. Per dar forza ai vinti.
Divenuto serio -aveva fatto come fanno gli infanti un rutto- si appresso'
alla mensa, prima di sedersi a pasteggiare, guardava il suo bell'arrosto
aperto in due, la salsa di cipolle, rosmarino e verdure dentro.
«Noi li mangiamo per esser sicuri che son veri, che tutto questo che ci
capita addosso non è un'allucinazione collettiva, che il cielo non è pieno
di fantasmi con pinne. Ecco. Toccarli non ci basta. Siamo ancora più testoni
dell'apostolo Tommaso. La Rivelazione non ci è sufficiente per credere,
dobbiamo ingoiare l'ostia... E l'ostia» aggiunse particolarmente rivolto al
castaldo, «... l'ostia è la carne del sacrificio, il capro espiatorio, la
vittima. La cosa mi è sospetta. In questi splendidi e gustosi nutrimenti noi
scarichiamo forse le nostre mancanze, le colpe...»
«E allora... per vedere se un muro è vero lo si deve forse mangiare?»
disse il «Pitacu» felice di questa trovata.
«No. Ma bisogna sbatterci la testa contro!» gorgoglio' sghignazzando il
Bruni. Tutti gli fecero eco.
Mentre egli si sedeva armandosi per mangiare, suo figlio osservo': «Logica
per logica, questa puo' essere rovesciata: per esser certi che questi nuovi
volatili nel cielo son veri basterebbe venir uccisi da loro e divenirne il
companatico, allora...»
«Questo sarebbe ineccepibile, ma: al limite. Tuttavia dimostri che sei il
solito estremista, come tutti gli studenti. Io voglio restare il companatico
dei vermi!» tacque un momento ma parve ricordarsi di qualcosa: «Farete
attenzione ai pallini mangiando il pesce...» preveni' divertito. Buffa
situazione. I cacciatori che invitavano gli amici a degustare, durante delle
belle cene, la loro selvaggina avvertivano, sempre, fieri: «Feis tansion ai
balins!»
«... E la mia balestra, allora?» bercio' «Martino» senza grandi conseguenze,
«Io ne ho presi ben due con le frecce, altro che pallini...» si chino' a
sussurrare malignamente ai due ospiti che ridacchiarono con aria intesa.
Era la fase del giorno -cosi' lunga in estate- che i francesi chiamano
«entre chien et loup», quando non si distingue un lupo da un cane, l'occhio,
non ancora abituato all'oscurità , coglie le forme vagamente e più
indistinte che d'abitudine. Avevano acceso i due lampioni a petrolio sulla
tavola. Le prime lucciole brillavano lievi nei loro movimenti, sprizzavano
via d'un tratto quando dei pesci di piccola taglia ancora in circolazione
guizzavano sulle loro tracce; anche qualche pipistrello cacciava il cibo, ma
l'ala svelta, dalla membrana elastica, era più efficace delle goffe e
incerte pinne ittiche. Gli uni ignoravano gli altri.
Mentre disossava con cura la carne del suo dentice, il dottore -poi la
faceva scorrere dolcemente in un piatto, sul velo sottile della salsa, prima
d¹imboccarla voluttuosamente- prestava attenzione pure a questi traffici a
mezz'aria, nell'imbrunire.
(segue...)
POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA
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(10D) *** Le api sopra il fiore *** ¤¤¤
«Ah, le lucciole...» mormoro' beato, e compi' un gesto vago ma ampio e
significativo con la sua forchetta già svuotata: «Le lucciole... in
estate... in campagna! Chi dirà meglio?»
postato da: armandoceretti alle ore 15:32 | link | commenti
categorie: 10c le api sopra il fiore

POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA

POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA
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(10B) *** Le api sopra il fiore ***
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L¹olezzo di quel che cuoceva friggendo si ripandeva già a sollecitare
attraverso le narici le papille ed era più acuto dell'amaro fumo del
toscano sigaro dottorale..
Ma erano buoni, gli odori del legno secco che ardeva, dei fiori di sambuco
in gran quantità dietro casa, e quelli della sera, confusi tutti, del
salmastro, della putredine che si esalava fra le canne lungo le rive,
dell'erba umida che tutti si mischiavano e venivano d¹accordo.
A penetrare i nasi.
Dalla vegetazione si alzava una foschia leggera, una bruma eterea addolciva
le forme e le luci. «Dio» dormiva li' vicino.
Il dottore ingoio' con gusto una fetta di prosciutto arrotolata su un
grissino accompagnandola d'una forchettata di sottaceti. Il Pitaccolo
educatamente attendeva.
Una decina di gabbiani attaccava intanto dei pesci sparsi, a un duecento
metri, verso sud. L'Alda se n'era accorta per prima e li indico'
 tendendo un mestolo di legno agli altri che si misero ad osservare.
Gli uccelli bianchi beccavano con una ferocia ignota e stridendo  gli
occhi dei pesci più grossi che, impazziti, fuggivano a casaccio.
Uno si abbattè con un tonfo fra il mais. La scaramuccia fu di breve durata,
priva presto di combattenti. I gabbiani continuarono a presidiare
tranquillizzati quella fetta di cielo, ridivenuti sè stessi, privi di furia.
«Ebbene, se la necessità ce lo impone potremmo sempre stringere un Patto
d'Acciaio con gli uccelli!» esclamo' contento il dottore sbuffando una
nuvoletta di fumo acre per aria. Ne guardo' i giochi. Le volute dalle forme
mobili e sinuose.
«...Sperando, questa volta, di non lasciarci le penne...» ironizzo'
bonariamente il Pitaccolo.
I cucinieri non tirarono le cose in lungo. Giulio porto' la griglia tenuta
per il manico di legno, con un lungo grido ventrale di contentezza, la
depose sopra un tavolino scassato a tre zampe ma solido tuttavia e la madre
lo segui' con i suoi tegami reggendo il croccante e la polenta fatti a
puntino. Questa si sedette di fronte al marito, il figlio in faccia agli
ospiti, solo, su uno dei lati più larghi del tavolone con di fianco i pesci
arrosto che friggevano ancora leggermente. E i quattro iniziarono a
rincorrere il Bruni che era già avanti nella sua cena, da vero padrone di
casa al di sopra delle forme, con maleducazione voluta per spirito di
giovialità.
(segue...)
POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA
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(10C) *** Le api sopra il fiore ***
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Disse Giulio a bocca piena: «Un pesce stilizzato, a volte tracciato sulla
sabbia, era il simbolo con cui si riconoscevano fra loro i primissimi
cristiani... facile da disegnare. La croce è venuta dopo.»
Disse il castaldo Pitaccolo: «Eh, ben... nell'ostia... con il sangue e la
carne metaforici dell'Agnello di Dio... avrebbero dovuto aggiungerci anche

del pesce!» Ai suoi tempi era stato socialista e anticlericale.
postato da: armandoceretti alle ore 15:25 | link | commenti
categorie: 10b le api sopra il fiore

POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA

POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA
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(10A) *** Le api sopra il fiore ***

«Sarà un pasto magnifico!» strillo' cavernosamente il Dott. Bruni, mentre
i Pitaccolo s'estraevano laboriosamente dalla loro Topolino, appena giunti
egli era corso ad incontrarli.
I Pitaccolo costituivano una coppia diametralmente opposta a quella dei
Bruni. Lui alto e secco, una manciata di centimetri più del «Gigio», ma
bell'uomo, ingrigente sulle basette  e la nuca, i baffi folti e ben tenuti,
nello stile degli anni trenta, tagliati di secco a filo delle alette nasali,
alla Hitler, alla Charlie Chaplin.
Lei corta e grossa, non proprio grassa, d'una timidezza spaventosa, grezza e
pacioccona, rosea. E aveva sfornato quattro figli, la signora Esmeralda
Pitaccolo, l¹Alda. Solida e tonda, dallo sguardo perennemente sperduto, a
cercare un appiglio dove darsi un contegno. Il medico l'aveva vista
-visitata- nuda per ragioni terapeutiche e, incontrandolo, lei non riusciva
a non arrossire ancora per questo. In silenzio. «Una figona madornale!» la
complimentava parlando a sè stesso -sempre- il dottore. «Una bisita da dei!»
La «bisita» essendo ancora la figa, stando ai friulani...
Lei aveva portato seco un vasetto di vetro pieno di semi -di «picis»- già
sgusciati a martellate, di pesca ed albicocca, perchè Mariagrazia si
divertisse a fare un croccante casalingo dal gusto amarognolo. Lui, due
bottiglie di vino senza etichetta, di sua produzione.
Giulio aveva già acceso il fuoco e, vedendoli arrivare, allineato i sei
pescioni sulla griglia e  li ungeva dolcemente con una piuma d'oca intinta
d¹olio d'oliva e pepe. «Martino» si pose  presta al suo fianco con una
padellaccia annerita -una «farsora»- a tostare i semi. Poi avrebbe aggiunto
lo zucchero, a liquefarsi. Su un tegame largo, sopra uno sgabello, fette di
polenta gialla stavano in attesa d¹esser abbrustolite.
Poco discosti dai due diligenti cucinieri, il dottore sistematosi a
capotavola aveva invitato a sedersi i due ospiti alla sua destra e iniziato
calmamente a bere e mangiucchiare servendosi dal piattone degli antipasti.
Il fattore s'arrotolava meticoloso una sigaretta, nell'attesa, ne lecco' il
filetto gommato e s'avvicino' piegando il viso alla mano del Bruni che gli
tendeva la fiammella dal suo accendino. Era uno «Zippo», un massiccio e
semplice marchingegno dell' «U.S. Army»  ch'egli conservava orgogliosamente
da un paracadutaggio inglese ai partigiani sulle montagne bosniache.
S'accese lui pure il resto di un sigaro «toscan». Ed esaurirono di corsa i
discorsi che si imponevano sgradevolmente, i danni da far valutare, le
indispensabili riparazioni sulla casa. Come se si trattasse di mosche
fastidiose e in quel momento inopportune.
L¹Alda muta condiva lentamente l'insalata mista, di radichi, pomodori,
prezzemolo e altre verdure, la spartiva sui piatti, ripartiva la salsa
pronta per i pesci, sistemava qua e là, s'occupava per esserci e  nello
stesso tempo farsi scordare. La tovaglia, a quadretti verdi e bianchi, era
imbandita di vasellame, bicchieri, bottiglie, frutta, minestrone freddo,
vini, liquori, affettati e roba, a dovizia, d'ogni sorta, in una abbondanza
che superava certo l'attesa dei cinque stomaci, ma che era tale  per
suggerire la dovuta atmosfera di festa. Due bei vecchi lampioni, in mezzo
alle vettovaglie che si offrivano in attesa, aspettavano, loro, la sera.
Nel mezzo, un vaso colorato di terracotta rigurgitava di fiori campestri.
Anche un occhio distratto avrebbe colto nell'incredibile accozzaglia che
ogni caraffa, gotto, bosson, piatto, forchetta, coltello era spaiato,
antico, con una carattere proprio, d¹una storia singolare, residuo di
servizi completi ridotti ai minimi termini. Il vasellame campagnolo composto
di pezzi unici aveva cosi' una sua bellezza rustica e la differenza di
questa composizione estranea ad una tavola imbandita a dovere, esprimeva una
qualità piacevole, come se fosse voluta, quasi che «Martino» avesse infranto
o gettato il resto a bella posta. Per fare d¹una totale disarmonia
un'armonia nuova, tutta sua. E si sentiva.
(segue...) POMERIGGIO E SERA CON I PESCI PER ARIA
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(10B) *** Le api sopra il fiore *** ¤¤¤¤
L¹olezzo di quel che cuoceva friggendo si ripandeva già a sollecitare
attraverso le narici le papille ed era più acuto dell'amaro fumo del
toscano.

postato da: armandoceretti alle ore 15:21 | link | commenti
categorie: 10a le api sopra il fiore